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E adesso Open Source!

È sempre difficile far capire cosa sia veramente il software Open Source. Nei mesi scorsi ci siamo già occupati, sulle pagine di questo giornale, di argomenti legati al Software Libero, o Software Libre, o Free Software, che racchiude al suo interno anche la definizione di Open Source, sebbene non abbiamo mai spiegato formalmente cosa questo sia.

Si tratta forse di una filosofia di vita, una filosofia di sviluppo?

Citando Wikipedia:
In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software rilasciato con un tipo di licenza per la quale il codice sorgente (il linguaggio più simile a quello umano in cui viene scritto un programma prima di essere tradotto per la macchina) è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori, in modo che con la collaborazione (in genere libera e spontanea) il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione.

In realtà, sebbene questa sia la base della filosofia di sviluppo, le cose sono molto più complesse di quanto non facciano intendere queste poche righe.

Una filosofia, appunto. Personalmente credo che il software libero sia un poco come essere vegetariani. Si inizia ad essere vegetariani sempre per un motivo che poi cambia radicalmente, in seguito, nel momento in cui si realizza effettivamente quello che si sta facendo. Ed è una cosa che solo chi è vegetariano (o lo è stato) può veramente capire.

Software Open Source e Software Libero, non sono esattamente la stessa cosa, come dicevamo. Infatti, sebbene la base sia comune, software a sorgenti aperti, nel primo caso c’è un rifiuto totale di ogni contaminazione da parte di software chiuso, o proprietario. Il termine Open Source, invece, si riferisce alla possibilità di poter sfruttare, in ambienti misti, le caratteristiche positive del Software Libero. In pratica, ammette la possibilità di far coesistere tipi diversi di software e di licenze d’uso.

Questa storia inizia negli anni novanta, dopo che un giovane programmatore finlandese iniziò un’avventura che avrebbe portato alla nascita del sistema operativo Linux.

Dopo questo evento, un evento che avrebbe cambiato la storia dell’informatica e l’avrebbe resa una forma di arte e cultura a sé stante, portandola fuori dal mondo accademico e scientifico, tanto da renderla protagonista anche di diversi film e documentari, alcune aziende iniziarono ad occuparsi della distribuzione commerciale del software libero, mettendo insieme una serie di programmi, calibrandoli e riconfigurandoli, e fornendo servizi alle aziende. Nacquero le distribuzioni Linux.

Ma fu solo nel 1997 che, a seguito della liberazione del codice sorgente di Netscape (che ha portato prima a Mozilla, e poi a Firefox, i programmi sicuri che oggi moltissimi utenti usano per navigare in Internet), fu coniato il termine Open Source, per dare la possibilità di distinguere tra software gratuito e Software Libero (differenza che in inglese generava confusione, essendo i due termini tradotti entrambi con la parola “free”), oltre che dare la possibilità alle aziende di partecipare allo sviluppo di programmi liberi, senza però accettare in toto le condizioni dello sviluppo a sorgente aperto (che in genere toglie una parte del potere alle aziende, per donarlo agli utenti). In questo modo, furono scritte diverse licenze d’uso, simili per il diritto agli utenti di modificare, leggere e contribuire al codice, ma diverse per le modalità in cui questa modifica avviene (restituendo così una parte di quel potere decisionale che le aziende vogliono).

Queste differenze, riunificate sul sito della OSI, Open Source Initiative (http://www.opensource.org/), portarono alla rapida diffusione dell’Open Source all’interno delle aziende.

Il software libero è una rivoluzione culturale. Oggi la maggior parte dei nuovi programmatori ha utilizzato almeno una volta una distribuzione Linux, ha letto il codice sorgente di qualche programma, ha imparato a programmare attraverso questi programmi, che sono commerciali ed usati in massa, non frammenti tratti dai libri di testo, che per forza di cose devono essere limitati a brevi esempi.

Per un giovane programmatore, conoscere Linux, il mondo Unix, ad un livello più profondo è una invidiabile ed invalutabile risorsa,che dà la possibilità di ottenere un buon posto di lavoro, con un salario oltre la media, anche nella nostra povera e malandata Italia.

Tuttavia, non si deve pensare che il software libero sia esclusivamente una opportunità per le aziende di fare soldi, o per i giovani di arricchirsi culturalmente. In mezzo, c’è tutta una serie di utilizzi che sono fondamentali, e lo sono sia per ragioni puramente economiche, che per ragioni di opportunità.

L’Open Source nella Pubblica Amministrazione

Uno degli esempi più evidenti, è l’utilizzo dell’Open Source nella Pubblica Amministrazione. Ogni anno la spesa informatica è una importante voce di bilancio, ma spesso questi soldi sono spesi male e senza criterio. Per capire meglio perché, facciamo un piccolo passo indietro, e chiariamo un concetto: uno dei punti di forza del software libero è la sicurezza che il suo modello di sviluppo offre. Infatti, la sicurezza generalmente ha un costo molto elevato: quello necessario a dotarsi di antivirus e firewall.

Al contrario, i sistemi operativi basati sul software libero sono meno vulnerabili ai virus e contengono strumenti di protezione già integrati e gratuiti. Ma questa sicurezza, non deriva solo dal fatto che il software libero è privo di virus e non affetto dalle normali vulnerabilità a cui siamo tristemente abituati. La sicurezza principale deriva dalla protezione interna. Chi conosce come è scritto un programma come Word, quali informazioni contiene, a chi spedisce queste informazioni quando un sistema Windows (e più in generale, a sorgenti chiusi) è connesso ad Internet?

Si può essere sicuri che la nostra privacy sia rispettata?

Ovviamente no, e sebbene queste domande possano anche avere un valore relativo nel caso di privati cittadini (la privacy è una questione importante soprattutto nei confronti dei privati cittadini, tuttavia è anche una scelta personale, e ognuno ha il diritto, essendo informato delle condizioni e degli eventuali rischi, di utilizzare il sistema che più preferisce), diventa una questione essenziale quando entra in gioco la collettività.

Inoltre, c’è un altro punto a favore dell’Open Source, che riguarda l’aderenza agli standard, cioé utilizzare protocolli standard per comunicare le informazioni, come ad esempio l’Open Document Format, che consente a tutti (da Microsoft alla più piccola impresa informatica) di rendere leggibili a qualsiasi programma i documenti prodotti con qualsiasi altro programma.

Non è solo una questione di spese e di aderenza agli standard – ossia cercare di capire come vengono usati i soldi che tutti noi diamo allo stato per garantirci i servizi essenziali – ma anche, e soprattutto, di fiducia.

Per esempio, si è molto discusso delle elezioni elettroniche, ma come si può essere certi che un programma gestito da una società privata, a codice sorgente chiuso, che nessuno può leggere, non alteri i risultati elettorali, sia in buona fede, a causa di errori nel programma, sia anche volontariamente? Magari perché un determinato governo cerca di restare in carica, imponendo di fatto uno stato di anti democrazia…

Non sono allarmismi ingiustificati; in effetti è già capitato, ad esempio negli USA, dove il voto elettronico è una realtà da anni, che alcuni programmatori, attraverso una tecnica chiamata reverse engineering, abbiano capito il funzionamento del software elettorale e scoperto che c’erano alcune gravissime irregolarità, e che i dati di voto erano facilmente alterabili.

Il software libero è tuttavia sempre contrastato, quasi come se in realtà scegliere un programma a sorgenti aperti sia come preferire una società piuttosto che un’altra. Ovviamente, non è vero (è invece vero quasi sempre il contrario), dato che non esiste una sola azienda che si occupa di software libero ma piuttosto una pluralità; e in realtà il concetto stesso di azienda è qui completamente stravolto.

tuxSi tratta quindi di preferire un modello di sviluppo, se vogliamo filosofico, se vogliamo più orientato ad un discorso commerciale, che tuttavia, in ogni caso, garantisce alcuni valori fondamentali quali la sicurezza (niente virus, niente intrusioni), la chiarezza e il controllo (chi controlla il controllore?), e che favorisce anche la creazione di occupazione e la formazione personale.

Durante la scorsa Legislatura, Berlusconi definì Bill Gates il suo personale eroe. Non avevamo dubbi. Nonostante la difficoltà, però, qualcosa è cambiato. In questi anni il mondo dell’Open Source è ulteriormente cresciuto, molte amministrazioni stanno iniziando ad integrare i programmi a sorgente aperto nelle loro sedi.

In Germania, in Francia, in Spagna, esistono progetti interessantissimi, che fanno capire come i soldi pubblici possano essere spesi per creare qualcosa che sia utile non solo nel breve periodo e funzionale ad un solo compito, ma che poi possa essere utilizzato da tutta la comunità nel lungo e lunghissimo termine.

La Spagna ha ben due progetti, uno nella comunità di Valencia, e l’altro nell’Extremadura (una delle più povere regioni d’Europa), per creare distribuzioni Linux adatte alla pubblica amministrazione, con un grandissimo risparmio, ma ancora con l’obiettivo di creare nuove opportunità di lavoro.

Ancora, sempre nella bella Spagna, a Cordoba, un progetto interessante che lega Linux, l’Open Source ed il turismo: una macchina, denominata “Blobjects” che ha il compito di guidare i turisti e di mostrare loro le meraviglie del luogo. Un progetto che potrebbe essere ripreso anche da noi, che costerebbe poco da implementare, e che servirebbe, se sfruttato come si deve, a dare ai comuni e alle amministrazioni locali, una disponibilità economica, utilizzando la nostra più importante risorsa: la nostra terra.

Durante questa campagna elettorale, nonostante gli enormi sprechi dell’ultimo governo, si è detto a più riprese che gli Enti dovevano risparmiare, e si è chiesto di risparmiare.

Noi chiediamo di risparmiare inziando dalla spesa informatica, utilizzando il software Open Source e destinando più risorse alla formazione del personale che lo utilizza.

E quindi? Ci voleva un vegetariano per capirlo?

A questo punto, non resta che chiedere il supporto del nuovo governo, chiedendo delle leggi che impongano, se non l’uso dei sistemi liberi (cosa auspicabile), l’obbligatorietà dei formati e dei protocolli standard, e di introdurre delle leggi che consentano di essere riparati ed al sicuro nel caso vengano approvate le direttive sui brevetti in Europa, di cui abbiamo già discusso su queste stesse pagine, e che sono un enorme freno alla competitività a vantaggio di pochi gruppi di enormi multinazionali (per di più extra-europee).

In un mondo in cui si parla di globalizzazione, è incredibile che non si faccia riferimento all’unico esempio di globalizzazione che fino ad oggi sia risultato vincente, un modello che fa della collaborazione il suo punto di forza, che ha vita nello scambio della conoscenza. La globalizzazione dal basso. Quel modello collaborativo che chiamiamo Free Software.

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